Sindaci, il trio Be-Sa-Me si gioca la carriera

Sindaci, il trio Be-Sa-Me si gioca la carriera

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Se Matteo Renzi può permettersi di spostare a fine anno il referendum sul suo governo, evitando le forche caudine delle Amministrative e trattandole come un test senza rilievo nazionale, Berlusconi, Salvini e Meloni non hanno questa chance: l’esame della vita, per loro, sarà l’elezione dei sindaci. E qualunque siano i nomi e lo schema delle alleanze, senza un risultato significativo in almeno una delle grandi città, c’è per tutti e tre il rischio di essere travolti dai risultati.

È per questo che il leader leghista non ha voluto “mettere la faccia” sulla competizione milanese, e per lo stesso motivo la giovane segretaria di Fratelli d’Italia nicchia su Roma. La giustificazione ufficiale di entrambi – come ha spiegato Giorgia Meloni a “Libero” – è che “è difficile per chi guida un partito nazionale” impegnarsi in una competizione cittadina, ma è una tesi fragile: fu proprio la candidatura a sindaco di un segretario nazionale della destra – Gianfranco Fini – il “detonatore” degli eventi che portarono alla costituzione del vecchio Polo della Libertà, e mai come in questo momento l’elettorato di destra avrebbe bisogno di chiari riferimenti, anche personali, per mobilitarsi in campagna elettorale.

Il gioco a rimpiattino fra i tre è figlio di una consapevolezza politica molto precisa. Il modello del doppio turno è spietato. Se il centrodestra non riuscirà a conquistare almeno un ballottaggio importante, vedrà al secondo turno quel che resta del voto “moderato” fuggire verso il Pd mentre la restante quota del voto di protesta si incanalerà verso i Cinque Stelle. E c’è un sapore di nemesi in questo rischio, perché – a parti invertite – il destino degli ex-Pdl potrebbe somigliare a quello della Dc di Martinazzoli che vent’anni fa, nel ’93, si ritrovò terza nelle sfide “che contavano”, scavalcata dai candidati della Lega e del Msi in tante città, e vide i suoi consensi accasarsi altrove per non fare mai più ritorno.

Berlusconi, Salvini e Meloni, insomma, si giocano la loro carriera sul voto di giugno. Nessuno ha voglia di compiere atti di forza, di intestarsi in esclusiva le scelte sulle candidature, perchè tutti sanno che il king maker, in questo caso, rischia di essere anche il capro espiatorio di turno, quello che pagherà pegno per il possibile insuccesso e che un minuto dopo i risultati dovrà salire sul banco degli imputati. Le amministrative saranno qualcosa di molto simile alle primarie che l’ex-Cavaliere non ha mai voluto, e l’intenzione al momento sembra quella di giocarle per interposta persona, attraverso gli alter-ego di candidati sindaci più o meno concordati ma senza una appartenenza specifica, per poter ammortizzare eventuali figuracce ed evitare di “contarsi” in modo troppo preciso.

Il rilancio di Silvio Berlusconi sulla pazza idea di correre con liste civiche, senza esporre il simbolo di Forza Italia, nasce dalla medesima esigenza. L’ultimo sondaggio di Lorien Consulting diffuso oggi quota il partito del Cavaliere al 9 per cento su base nazionale, con la Lega di Salvini sei punti sopra, al 16 per cento. Ovvio che senza una vittoria in almeno una delle grandi città, magari senza neppure un ballottaggio, e per di più sorpassato dal suo aggressivo competitor nelle percentuali, il vecchio leader finirebbe malamente pensionato. E sarebbe lui “il Martinazzoli” su cui scaricare le frustrazioni di un centrodestra uscito dai giochi che contano.

Alzare polvere intorno a una probabile sconfitta, confonderne le responsabilità, suddividerne il peso, è a questo punto la tentazione di tutti. Perché anche Salvini e Meloni non sono messi meglio. Per Salvini, che si misurerà da capolista sul risultato di Milano, la “capitale morale” è stata sempre una piazza difficile: alle ultime amministrative, quando il Cinque Stelle era ancora un movimento irrilevante, la Lega strappò coi denti il 9 per cento pur venendo da importanti posizioni di governo cittadino con la giunta Moratti. La Meloni, se non si metterà personalmente in gioco a Roma, rischia non solo la figuraccia ma pure l’accusa di scarso coraggio (che a destra basta per demolire ogni leadership). Dunque, anche se l’occasione di usare il voto per importi e archiviare la leadership berlusconiana è fortissima, al momento prevale il tatticismo e nessuno tira fuori la sciabola. Adelante con juicio, secondo il motto manzoniano di Don Ferrante, in cui sempre si rifugia la politica italiana quando rischia di rimetterci le penne.

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