La morte di Scola: c’eravamo tanto odiati (ma non era il caso)

La morte di Scola: c’eravamo tanto odiati (ma non era il caso)

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Casa, Scola e sezione”, mi dice l’amico Fulvio Abbate, chiacchierando dell’epoca in cui, oltre all’intellettuale, anche il regista era “organico” o non era. E’ morto Ettore Scola, e se ne parla per questo, riflettendo non solo sullo scomparso ma anche sull’epoca in cui la sinistra sembrava gestire, in regime quasi d’esclusiva, i mezzi di produzione culturale e attraverso di essi l’immaginario collettivo.

Senza nulla negargli, e soprattutto senza levar valore alla forza dei suoi dialoghi quasi sempre scintillanti e invidiabili, Scola fu il biografo dei comunisti di quegli anni, dei loro miti, del loro orgoglio, del loro modo di parlare e di vestire, così come Alberto Sordi lo fu dell’altra mezza Italia, consegnata allo spregio delle elite dall’invettiva di Nanni Moretti, “Ve lo meritate Alberto Sordi”.

Ve lo meritate, Ettore Scola”, al contrario, è frase che non regge. E già questo dà l’idea dell’asimmetria culturale dell’epoca, e dell’accettata egemonia che un partito – non un’area culturale, ma un partito, il Pci, di cui Scola fu pure ministro-ombra della Cultura – esercitava nel Paese. E però, con il senno del poi, non è difficile trovare tracce comuni in quel bizzarro bipolarismo cinematografico dei ’70, tantoché fu proprio Scola a invitare alla rilettura di Sordi secondo un canone meno superficiale: «Ha fatto un’opera tutt’altro che conservatrice», disse in un’intervista, elogiando «la critica feroce ed efferata» di Albertone «a tutto quello che è perbenismo, “sepolcrismo imbiancato” o falsa onestà».

Era l’epoca dei cineforum con dibattito, e di queste cose si discuteva molto, convinti che sarebbero durate in eterno mentre già scivolavano tra le dita di una generazione nuova, che delle disquisizioni identitarie del cinema italiano tendeva a fregarsene. L’anno di “Riusciranno i nostri eroi” c’erano Hollywood Party e Barbarella. Dramma della Gelosia fu oscurato da Fragole e Sangue, e poi Arancia Meccanica, Taxi Driver, Rocky marcarono le stagioni e gli atteggiamenti esistenziali dei ragazzi assai più di C’eravamo Tanto Amati, Brutti Sporchi e Cattivi et similia. Tra il ’77 e il ’78 ci si mise in coda per La Febbre del Sabato Sera, e anche Una Giornata Particolare sfumò sullo sfondo mentre Tony Manero diventava il personaggio cult di quel passaggio storico. Uscì nelle sale tre giorni dopo il sequestro Moro, nell’hannus horribilis delle mitragliette Scorpion, quello della strage di Acca Larenzia, e nell’immaginario collettivo dei ventenni liquidò una volta per tutte la stagione dell’ossessione ideologica che insanguinava le strade.

Due anni dopo, La Terrazza sarà il requiem definitivo del mondo di Scola e della categoria dell’intellettuale organico, il de profundis per la cosiddetta borghesia illuminata ormai ripiegata in un privato nevrotico e depresso, l’ex-elite del pensiero ancora titolare di privilegi ma già sprofondata nel fallimento. Intorno alla tavola imbandita, si discute, si maramaldeggia, si rimpiangono gli anni della spinta propulsiva. I liceali, intanto, pagano posti in piedi per vedere Shining, The Blues Brothers, American Gigolò, e stanno già tutti con la testa da un’altra parte. A Torino parte la marcia dei quarantamila. Walesa arringa gli operai di Danzica. L’opera rock The Wall diventa successo planetario, mentre l’orologio degli ex-rivoluzionari è talmente fermo che Mario alias Vittorio Gassman sale sul palco per chiedere al Comitato Centrale del Pci se deve divorziare oppure no, «in sintesi: è lecito essere felici?».

Tutto questo per dire che il valore di Scola – oltre ai meriti cinematografici di cui non parlo perché non è il mio campo – è anche, in qualche modo, “documentaristico”. Lo si potrà rivedere per capire come eravamo (o, com’erano, a seconda della distanza personale) e magari rimpiangere di non aver capito le cose a suo tempo, quando la destra nutriva evidenti complessi di inferiorità per quel mondo di produttori culturali, e filtrava attraverso questi complessi il suo giudizio sentendosi piccina, rifugiandosi nel rancore degli esclusi o nell’adorazione dei parvenue. Non era il caso, ecco.

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