La generazione post-Franco abbatte l’egemonia di Popolari e Psoe

La generazione post-Franco abbatte l’egemonia di Popolari e Psoe

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Altro che “prodotti da marketing”, come ha detto l’anziano leader popolare Mariano Rajoy. Pablo Iglesias e Albert Rivera, se i dati degli exit poll saranno confermati, si prendono oltre un terzo dell’elettorato spagnolo, archiviano un trentennio di bipolarismo e rompono – da destra e da sinistra – i solidissimi monopoli politici del Pp e del Psoe trasformando in un rebus senza precedenti le trattative per il nuovo governo.

Il risultato più inatteso è quello di Iglesias, “Il Codino”, frettolosamente dato in ritirata dai sondaggi dell’ultima settimana e risalito, comizio dopo comizio, con il mix di spregiudicatezza, simpatia e carisma sexy che è la sua cifra da sempre. “Sì, se puede” aveva scritto laconico nel suo ultimo messaggio su Fb agli elettori. Era vero: secondo le prime rilevazioni affianca i socialisti di Sanchez al 21 per cento e si gioca il sorpasso sul filo dei decimali: avrà tra i 70 e gli 80 seggi, mentre il Psoe è quotato tra i 79 e gli 85.

Anche i Ciudadanos di Rivera stupiscono chi li voleva sovrastimati da valutazioni benevole e volano verso i 50 seggi, con il 14 per cento dei consensi: il loro appoggio o quantomeno la loro astensione saranno indispensabili ai Popolari (tra i 114 e i 124 seggi) per continuare a governare, e sarà interessante vedere come Rajoy passerà sotto le forche caudine del giovanissimo leader che gli ha sfilato la maggioranza assoluta, con il quale non ha voluto accettare neanche un duello televisivo accusandolo di essere poco più di un pupazzo mediatico.

L’avanzata parallela di Podemos e Ciudadanos ha una forte connotazione generazionale e costituisce la conferma di un’emergente lotta di classe dei “giovani contro i vecchi” che taglia le categorie ideologiche e costruisce partiti nuovi un po’ in tutta Europa. In un Paese dove, nonostante la celebrata ripresa dopo la crisi del 2008, un ragazzo su due è disoccupato e le famiglie non riescono più a fare da ammortizzatore sociale, Iglesias e Rivera hanno interpretato su fronti opposti lo stesso desiderio di rinnovamento radicale e lo stesso disgusto per le formazioni politiche classiche, i loro riti, i loro scandali ricorrenti.

Il Psoe ha tentato di arginare l’emorragia col volto nuovo di Petro Sanchez, classe ’72, uno dei leader in camicia bianca che Renzi portò lo scorso anno sul palco della festa di Bologna: bello come un attore, arruolato nell’università ed estraneo ai vecchi meccanismi di potere del partito. Uno, insomma, che “doveva” piacere ai giovani. Non è bastato per oscurare il profilo aguzzo di Iglesias e il suo consenso da rockstar, cementato anche dal buon esordio dei due sindaci donna eletti in maggio da Podemos a Madrid e di Barcellona, Manuela Cardona e Ada Colau, le quali hanno dimostrato che questa nuova sinistra, tra una citazione di Lula e una Ian Solo, può governare oltre che prender voti di protesta.

Lo stesso duello anagrafico si è vissuto a destra, anche se con meno ansie perché il primato dei Popolari non è mai stato in discussione e il leader uscente Rajoy ha sempre scommesso sulla possibilità di un appoggio, almeno esterno, dell’astro nascente di Ciudadanos. Rivera sta ad Iglesias come i Beatles ai Rolling Stones: capelli corti, faccia pulita, meno passionale sui palchi e in tv, si è preso l’altro spicchio del voto giovanile, quello che sogna una Spagna più simile all’Europa del Nord che al Sudamerica, picchiando sui tasti della lotta alla casta e alla corruzione e giurando che mai avrebbe appoggiato un governo Popolare guidato dalla vecchia classe dirigente. Ha incassato l’endorsement dell’Economist, in un articolo intitolato “Buon Natale Spagna” («un partito liberale per un Paese dove il liberalismo non è mai stato forte») e in extremis, poco prima dell’apertura dei seggi, ha seguito il copione che tutti si aspettavano. Astensione per far governare chi arriva primo.

Lo schema del governo di minoranza ora è nei fatti. E segnerà il debutto di Felipe VI, anche lui alla sua prima tornata elettorale e al primo confronto con le responsabilità politiche del suo ruolo, “debuttante” di lusso visto che è sul trono da poco più di un anno. Ha tempo per farlo – il nuovo Parlamento si riunirà a metà gennaio – ma la strada sembra segnata. Saranno poi i fatti a rivelare se il singolare asse tra il vecchio Rajoy e il nuovissimo Rivera segnerà l’inizio di una nuova fase per il popolarismo spagnolo o l’estremo tentativo di restaurazione di una vecchia storia.

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