Il Centrodestra che tifa Le Pen (ma di nascosto spera che perda)

Il Centrodestra che tifa Le Pen (ma di nascosto spera che perda)

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French far-right party leader Marine Le Pen, waves to supporters, at the end of the National Front's summer convention in Marseille, southern France, Sunday, Sept. 15, 2013. (AP Photo/Claude Paris)

“Forza Marine”, dice Matteo Salvini, che alla vigilia dei ballottaggi in Francia ha chiaro da che parte stare. E però non è tutto semplice come sembra perché metà dei suoi vede, nell’affermazione della Le Pen, un chiaro monito per la Lega: “Lei ha avuto il coraggio di correre da sola, senza Sarkozy, noi stiamo ancora con Berlusconi. Forse dovremmo prendere esempio dalla sua coerenza”, incalzano i militanti sulla frequentatissima pagina Fb del leader. Stesso effetto in casa Meloni. «Non convincono più le posizioni poco chiare, gli inciuci, la melassa e il tatticismo. Servono posizioni chiare e decise, e il coraggio di affermarle», scrive Giorgia commentando la posizione di Sarkozy, ed è subito un coro: «Esatto, quindi se Fratelli d’Italia, vuole essere credibile deve mollare Berlusconi e tutta la finta destra italiana. Esiste solo una Destra, la “Destra”, il prefisso “Centro” lasciatelo ai mafiosi, ed ai democristiani».

La questione francese agita il centrodestra e rianima la tentazione del correre da soli. Silvio Berlusconi pensava di averla stoppata due settimane fa, partecipando alla manifestazione leghista di Bologna e riaffermando l’asse con Salvini e Meloni a dispetto dei fischi della platea. Non è così. La metafora parricida che ha fatto le fortune di Marine scava nel profondo negli umori della destra, e il resto lo fanno quelle proposte opache sulle candidature amministrative: Marchini, Lettieri, Bernardini De Pace. “Ma questi chi li vota?” si chiedono i quadri e i dirigenti sul territorio. «Meglio una buona sconfitta, che può essere un punto di ripartenza, piuttosto che una corsa opaca», chiosa Marcello Taglialatela, FdI. Molti lo indicano come sicuro candidato a sindaco di Napoli, quasiasi siano le scelte di Forza Italia, guardato con simpatia anche dal coordinatore leghista Raffaele Volpi: il solo fatto che se ne parli apertamente indica uno strappo già consumato.

Insomma, sull’asse Le Pen-Salvini riemergono antiche insofferenze per i vincoli dell’alleanza con Berlusconi, che impedisce di giocare fino in fondo la partita populista e riduce i margini di manovra della Lega alla questione della sicurezza e dell’identità, impedendo affondi sui temi della critica all’Europa, al modello di sviluppo, allo schema delle alleanze internazionali. Terreni sui quali invece può muoversi a tutto campo il Cinque Stelle, sottraendo settimana dopo settimana rivoli di consenso all’asse delle destre.

Per questo il centrodestra aspetta i risultati francesi con un surplus di ansia rispetto al prevedibile. Tifa per la Le Pen ma, sotto sotto, spera che vinca Sarkozy grazie alla desistenza socialista per poter dire “la destra senza il centro non vince”, e rimotivare così la sua base elettorale sempre più confusa e divisa. I sondaggi e la logica incoraggiano questa speranza, e con essa la linea della vecchia classe dirigente leghista capitanata da Maroni, quella che l’accordo con Berlusconi non l’ha mai messo in discussione. Quest’area non vede l’ora di zittire le critiche dell’ala radicale e sovranista sbandierando il “Fattore L” (da Lepenismo) come nei tempi antichi la Dc sbandierava il “Fattore K” (da Komunismo): l’impossibilità materiale che il Fn diventi forza di governo, superando il tabù culturale che relega le forze a caratura populista ad un eterno ruolo di opposizione. Ed è un gioco che tornerà buono fra sei mesi, quando alle amministrative italiane si concretizzerà lo scenario che tutti danno per probabile: turni di ballottaggio nelle città con i grillini in pole position contro i candidati della sinistra o della destra, e la necessità di fare fronte comune per sbarrare la strada ai barbari. Salvo la difficoltà di spiegare a un milanese che ha votato – poniamo – Sallusti o Del Debbio al primo turno, di tornare al seggio per far eleggere Sala o Balzani

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