Colonia, no al paternalismo: le donne si difendano da sole

Colonia, no al paternalismo: le donne si difendano da sole

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La difficoltà della sinistra davanti ai fatti di Colonia è evidente e in qualche modo comprensibile. Sembra che si debba scegliere tra la difesa delle donne e la difesa dei migranti, ed è per questo che le parole vengono misurate con il contagocce: se fosse stato un branco di naziskin ad agire non si sarebbero usate tante cautele.

Così come è palese, e qualche volta grottesco, il fenomeno inverso e cioè il risveglio a destra di un paternalismo fuori tempo massimo, il quale può finalmente collegarsi a un dato di attualità: l’enorme difficoltà di integrazione in Europa di masse di giovani maschi provenienti da culture maschiliste e sessuofobe.

La vecchia disputa ideologica sullo stupro si riaffaccia. Lo stupro “bianco” – dal delitto del Circeo a Franca Rame fino ai casi di oggi – è facile da condannare per il mondo progressista, che può ritrovarci dentro i suoi stereotipi antichi (a cominciare dalla sopraffazione “fascista”). Ma la violenza d’altro colore, nera, araba, musulmana, no. Quella è urticante per i retaggi terzomondisti e quindi va in qualche modo “contestualizzata”: indimenticabile a proposito le proposte di “infibulazione dolce” della Regione Toscana e dell’allora assessore alla Sanità Enrico Rossi che tennero banco qualche anno fa.

Bene ha fatto Lucia Annunciata a sollecitare l’intervento delle donne, perché se parlano solo gli uomini – come sta succedendo – il confronto si avvita su questi sterili riferimenti ideologici, ultimi brandelli di un Novecento che non vuole tramontare.

Mentre invece la questione è nuova, non risolvibile attraverso il filtro delle vecchie categorie e appartenenze, e attiene ai diritti della persona come li intende da mezzo secolo l’Europa. Dai più banali – girare per strada di notte senza che nessuno possa pensare “questa se la cerca” – ai più sofisticati, l’uguaglianza e la libertà femminile come pietra fondante della democrazia, posta sullo stesso livello della libertà politica, di espressione, religiosa, di impresa e non un passo più indietro.

Non a caso l’intervento più concreto, affidabile e serio sulla questione è stato quello di una donna, Angela Merkel, che ha rimosso su due piedi il capo della polizia di Colonia (da noi staremmo ancora aspettando la solita inchiesta interna), ha fatto autocritica sulle norme vigenti e ne ha prospettato di nuove che prevedano fra l’altro in casi simili una espulsione-lampo dei responsabili.

Le donne italiane sono all’altezza dell’interventismo dimostrato dalla Cancelliera? Possono “farsi leader” di una riflessione autentica, che produca risultati veloci anche da noi, su questo tema? A me pare di no. Il pasticcio sul reato di immigrazione clandestina, che si doveva abolire per manifesta inutilità, ma resterà «ancora un po’» nonostante anche Alfano lo ripudi, perché i sondaggi spaventano, è un chiaro indicatore di insufficienza.

Si poteva abolire quella norma e sostituirla con qualcosa di più adeguato ai tempi e all’emergenza: corsie preferenziali di espulsione per i colpevoli di reati contro le donne; facilitazione alle immigrate che denunciano amici o parenti violenti; specifiche campagne nelle scuole e chiara informazione nei centri di accoglienza. Invece niente. Ci si penserà.

A derubricare il problema, tuttavia, non è solo la scarsa intraprendenza o qualità delle donne italiane, le donne “che contano”, coloro che potrebbero fare e non fanno. Da noi, a differenza che in Germania, l’acquisizione dei diritti delle donne è così recente che non è stata ancora pienamente acquisita come dato immodificabile e irrinunciabile di libertà nello spazio pubblico. Solo nel 1981 è stato abolito il matrimonio riparatore, figura giuridica per cui lo stupratore poteva salvarsi dal processo sposando la stuprata.

Ancora nel 1982 il Tribunale di Bolzano sosteneva in una celebre sentenza che “qualche iniziale atto di forza o di violenza da parte dell’uomo” non costituisce violenza vera e propria, dato che la donna, “soprattutto fra la popolazione di bassa estrazione sociale”, vuole essere conquistata “anche in maniere rudi, magari per crearsi una sorta di alibi al cedimento ai desideri dell’uomo”. Solo nel 1996, dopo un iter legislativo durato diciannove anni, lo stupro è diventato reato contro la persona e non contro la morale, e anche lì ci furono 39 voti contrari.

Insomma, in Italia la percezione dei diritti delle donne e della loro importanza, di quel che è violenza e quel che non lo è, risulta ancora fragile. Il valore dell’uguaglianza e della libertà femminile è una mano di vernice data appena una trentina di anni fa. Anche per questo si dovrebbe alzare la voce il doppio che altrove. Rischiamo più di altre, sicuramente più dei Paesi del Nord Europa, dove regressioni del costume risultano comunque inimmaginabili. Rischiamo, anche, di diventare oggetti di un revival del paternalismo, che ci ricaccerà verso il margine dei soggetti deboli e delle vittime da proteggere. «Difendiamo le nostre donne», dicono i manifesti che spuntano nelle città. Difendiamoci da sole, dico io.

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